Associazione Gruppo Escursionisti Val Grande

Sezione Val Grande U.O.E.I. - S. Bernardino Verbano

 (Unione Operaia Escursionisti Italiani)

 


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Sabato, Giugno 25, 2022
05 Aprile 2022

Perché esiste il Gruppo Escursionisti Val Grande? - Un interessante articolo dello scrittore Pietro Pisano

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Perché esiste il Gruppo Escursionisti Val Grande?


Fin dalla sua nascita, avvenuta il 13 dicembre 1994, il Gruppo Escursionisti Val Grande – in stretta sinergia col
Parco Nazionale Val Grande – ha desiderato vivere le montagne valgrandine intendendo collaborare nell’ambito della
salvaguardia del loro patrimonio ambientale e culturale, in cui affondano le radici stesse della nostra associazione.
Il Gruppo Escursionisti si propone, quindi, con l’umiltà e la schiettezza che lo contraddistinguono, come un
ponte (il logo sociale è infatti il Ponte di Velina), un collegamento tra le esperienze delle generazioni passate delle
Vallintrasche e il loro accoglimento da parte delle nuove, nella speranza che le ultime sappiano riscoprirle, custodirle e
ritrasmetterle a beneficio e tutela di un fondamentale tassello della nostra civiltà alpina. Ecco l’importanza di


mantenere un legame nel tempo, attraverso le generazioni.
È necessario perciò continuare un percorso di riscoperta di chi ci ha preceduti lottando e faticando in Val
Grande, battendosi spesso contro un ambiente particolarmente ostile, seppur intriso d’una bellezza primordiale e
struggente. Sono innumerevoli negli archivi i casi di morti accidentali avvenute su queste montagne. È un lungo elenco
in gran parte scritto dalle donne, alpigiane scalze cadute in volone da sentieri impossibili, trascinate negli strapiombi
dall’implacabile abbrivio di enormi gerle stracolme di fieno; perché la Val Grande da sempre non ha mai permesso la
minima incertezza o passo falso dettato da imprudenza o stanchezza. Eppure, nonostante tutto, donne e uomini della
Val Grande hanno sempre affrontato con dignità il lento scorrere di una vita dura, scandita dalla fatica, con l’inesauribile
tenacia di chi ha imparato a convivere col proprio territorio, per quanto avaro e pericoloso fosse, addomesticandolo con
saggezza, fino a trarne quel minimo di sostentamento sufficiente a sbarcare il lunario.
Nel secolo scorso, quando Buè era ancora un corte vivace, si aggiunse il peso violento e disumano della II
guerra mondiale, che coinvolse e unì indelebilmente vecchi e nuovi protagonisti del difficile mondo valgrandino.
Dopo l’armistizio le baite soleggiate si trasformarono in un avamposto della «Val d’ossola», divisione
fortemente voluta da Dionigi Superti, insediatasi a Orfalecchio e inizialmente costituita dai suoi boscaioli. Superti,
direttore dell’impresa di disboscamento IBAI, dopo la morte di Filippo Maria Beltrami a Megolo divenne il comandante
partigiano di maggior rilievo nel Verbano Cusio Ossola. Mario Bonfantini – uomo dal rigore intellettuale e civile
ineccepibile – rammentò come, assieme a Superti, egli fosse stato tra i primi quattro gatti a occupare Domodossola. Il
comandante si adoperò, il 10 settembre 1944, affinché alcuni rappresentanti della società civile riuscissero a fondare la
“Repubblica dell’Ossola”, entusiasmante esempio di Libertà e Democrazia durato quaranta giorni e ancor oggi studiato
in tutto il mondo. E come non ricordare il micidiale rastrellamento dei primi di giugno del ’44 che non lasciò Buè
indenne dalla sua assurda violenza? E come dimenticare la partigiana Cleonice Tomassetti, imprigionata proprio a Buè
in quei giorni? Luminoso esempio di donna semplice, dai forti ideali, tesi verso la speranza di una società più giusta,
libera e democratica. Ora possiamo tranquillamente interpretare il suo avvicinamento alla Resistenza, e il suo sacrificio,
come un percorso alla ricerca del riscatto della propria dignità di persona, di essere vilipeso dalla violenza maschile
paterna, come ebbe il coraggio di denunciare con sagacia Nino Chiovini nel suo studio, precorrendo i tempi odierni.
Quanta modernità c’è in questo dramma familiare!? Cleonice dimostra ancor oggi, col suo esempio, che lo stereotipato
concetto di sesso debole, attribuito alle donne nel corso della storia umana, non ha mai avuto senso, tant’è che se
andassimo a scartabellare tra le pagine del tempo vi ritroveremmo molti esempi di donne impavide, come e anche più
degli uomini.
Nei giorni di prigionia nelle buie cantine di Villa Caramora a Intra, nonostante le botte e le vessazioni subite,
Cleonice si rivelò sorella e madre dei giovani partigiani conosciuti in carcere, divenendo un punto di riferimento che li
sostenne fin nelle loro ultime ore. Cleonice Tomassetti, infatti, fu tra i 43 fucilati di Fondotoce del 20 giugno 1944.
Sempre a Buè va ricordato il coraggioso esempio di Fedele Cova, il Piccolo Telegrafista delle Ferrovie Nord-
Milano, che nell’autunno del 1943 – alla stazione di Caronno Pertusella – si oppose all’arroganza di un milite della RSI
vedendosi poi costretto a fuggire in Val Grande. Fedele fu benvoluto dai compagni più grandi e coccolato come un figlio
dalle donne di Rovegro. Morì in un dirupo della Val Camoiasca, accanto a Buè, mentre col vice comandante del
Valdossola, Ezio Rizzato, stava operando per favorire l’organizzazione degli aviolanci alleati.
Dal 1994 la tutela di questo patrimonio storico e culturale ha fatto sì che Corte Buè – antico maggengo
sfruttato dalle genti di Rovegro e di Bracchio, posto sulle dorsali del Fayè e del Corte Lorenzo – ritornasse un punto di
riferimento della bassa Val Grande, un nuovo presidio, questa volta di Pace, caratterizzato sì dalla presenza di un rifugio
ad uso esclusivo dei suoi soci, ma anche dall’esistenza di una seconda struttura: il bivacco Serena, messo a disposizione
di tutti, in convenzione col Parco Nazionale della Val Grande. Anche il camminatore medio ora può osservare dal verde
terrazzo di Buè, in assoluta tranquillità, le balze della Cima Sasso e del Pedum (dal 1971 Riserva naturale integrale) tra le
cui guglie si inerpicò per anni, fino a morire tragicamente, l’onesto bracconiere detto Couarosso, che nei passaggi più
difficili del Peden si toglieva le scarpe.
Buè, per i camminatori più sensibili e attenti, è ora un’importante occasione dove l’esplorazione della
wilderness, l’area selvaggia di ritorno più estesa delle Alpi, può divenire l’ambiente ideale per l’ascolto del fruscio della
foresta in crescita e, a saperle riconoscere, delle storie d’antan che perennemente echeggiano di baita in baita.
La Val Grande può donare emozioni particolarmente intense, in grado di mandare alle stelle il tasso di
adrenalina dei suoi esploratori, purché, chi intenda avventurarsi nei suoi ambienti, sia ben equipaggiato, dotato di passo
sicuro e prudente, ma soprattutto di intelligenza, di cuore gentile e occhi curiosi. Solo così il vero escursionista potrà
assaporare la Val Grande e porsi in profonda sintonia con essa.
A fronte di questo fondamentale patrimonio si comprende perché, nonostante l’incendio del 4 ottobre 2016 e
la totale distruzione del nostro rifugio sociale, il Gruppo Escursionisti Val Grande abbia lavorato pancia a terra, con le
lacrime agli occhi e un considerevole esborso economico, alla ricostruzione di una struttura ancor più confortevole e
usufruibile da un accresciuto numero di soci. Quest’ottica si sposa con la scelta di collegare il Gruppo Escursionisti Val
Grande all’Unione Operaia Escursionisti Italiani (UOEI) – associazione sorta nel 1911 in campo nazionale con finalità che
ben si intrecciano e trovano radici comuni nei nostri ideali – che permise al mondo operaio dell’epoca di scoprire le
bellezze della montagna. Alcuni personaggi beceri, scimmiottando il titolo del fortunatissimo libro del vercellese Achille
Giovanni Cagna (che in verità ironizzava sulle pretese alpinistiche della piccola borghesia) già da fine ’800 andavano
apostrofando la gente semplice, desiderosa di aprirsi ai monti, alpinisti ciabattoni, per via della loro iniziale goffaggine.
Ma quei ciabattoni negli anni seppero crescere di numero e in qualità, riuscendo ad esprimere molto di buono, un
esempio per tutti, il gruppo alpinistico ueino della sezione monzese “Pell e Oss”, fucina in cui nacque e si formò Walter
Bonatti. L’idea originaria della UOEI era la lotta contro la corrosione causata da un estenuante e malsano lavoro in
fabbrica, opponendole un fondamentale beneficio psicofisico ricercato su pei monti, saggia alternativa al tempo libero
trascorso in fumose osterie, ad annegare nell’alcol le proprie frustrazioni.
La UOEI vide tra i suoi artefici il socialista Ettore Simone Boschi (militare e scrittore appassionato di alpinismo,
fortemente attratto dalle tematiche della classe operaia, fondatore con i figli Lorenzo e Luigi della casa editrice Il
Cartoccino, un tempo assai rinomata) e il famoso alpinista, scrittore e fotografo Guido Rey, nipote di Quintino Sella,
colui che ebbe la geniale intuizione – nel 1863 a Torino – di porre le basi del Club Alpino Italiano.
Il Gruppo Escursionisti Val Grande ha così cercato di ripristinare un altro tassello di storia escursionistica del
Verbano, che vede ora la nostra sezione UOEI affiancarsi a quella più antica di Casale Corte Cerro nel Cusio, fondata dal
lungimirante Dott. Nino Dosi nel lontano 1913 come sezione della benefica associazione Croce Rosa, di squisita marca
locale e basata su un’idea di assistenza e solidarietà popolare, espressione in gran parte del mondo operaio di quel
grazioso paese.
Così il Gruppo Escursionisti Val Grande, dal canto suo, nel 2017 ha raccolto il testimone e il segno che la UOEI
di Intra ha lasciato del proprio passaggio, prima che gli eventi politici la obbligassero nel 1926 a un sofferto
autoscioglimento. I vecchi operai intresi che avevano imparato a camminare sulle Prealpi del Lago Maggiore, affinché
l’escursionismo non divenisse una privativa della sola borghesia lacuale, si decisero al doloroso passo pur di non subire
l’umiliazione di vedere la loro UOEI fagocitata dal regime; costretta al cambio del nome sociale e all’esposizione sul
proprio gagliardetto dell’odiato distintivo fascista della OND: l’Opera Nazionale del Dopolavoro, che ben presto prese
piede e controllò ogni organizzazione – compreso il CAI – tarpando per circa un ventennio in Italia ogni anelito di
autonomia associativa sportiva.

Pietro Pisano
Socio del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna)